Un piccolo e intimo capannone al n°302 di Viale Certosa.
Per arrivarci bisognava passare in mezzo a lapidi, giardinetti, monumenti, statue di angeli, madonne, gesù cristi imploranti, tragici,piagnoni.
Tutta l'iconografia retorica della morte .
Ma l'altra vita non dicevano che quella sì che è bella?

Davanti alla porta sgangherata del loft (per dire) una barca a vela, messa maluccio. Strano lì. Ma era proprio lì a mò di monumento sullo scoglio di Quarto dedicato al Pescatore Disperso.

Dentro, tutto l'armamentario di un'officina meccanica dopo un terremoto. Fiammelle qua e là di piccoli saldatori a gas per lavori di fino. Qualche ferro da stiro (forse per stirare le trombe), pezzi di campane di bombardini, di tuba, una grancassa appesa al soffitto.
Sparse dappertutto delle trombette in ottone sconosciute.
Appeso, un calendario di  qualche fabbricante di gomme con su dei figoni in pose equivoche ma da sole. Anni di esposizione avevano fatto sparire un paio di colori di stampa e sembrava che i figoni avessero l'itterizia.

Banconi ingombri di ogni ben di Dio. Chiavi inglesi, mennere, martelli giganteschi e piccoli. Tubi di vario calibro di rame, di ottone, di plastica. Viti a galletta ,attrezzi ignoti.

Persino un gatto vivo con via un occhio e col pelo intriso di grasso di macchina che sinuosamente passeggiava in mezzo a questo casino, picchiettando graziosamente il naso contro pezzi di ferro, incudini, tolle piene di grasso.
In un angolo un piattino smozzicato con  avanzi di polmone e risotto al salto.
In un altro angolo, per terra, uno spinterogeno e avanzi di un motore
Due gomme Pirelli sdrucite ed un motorino a pezzetti.

E il pavimento era, naturalmente, persino peggio di quello del Thanassis.

Tutto in una penombra sporca di grasso da macchina.
E poi c'erano loro che a prima vista erano mimetizzati nel contesto.

Loro erano i due fratelli Alziati.

Uno con su un baschetto blu tipo Nenni e una minuscola pipetta spenta in bocca e un paio di occhiali con lenti spesse tre centimetri.

L'altro con baffoni bianchi, in testa un berretto con appiccicata una parrucca rossiccia che gli calzava sulla testa quasi a pennello;
però dopo ho visto che quando si tirava via il cappello veniva via anche la parrucca. I capelli superstiti ,quelli sopra le orecchie, invece erano di un castano con spruzzi di grigio.
Cioé, in 60 cmq di faccia tre colori di peli diversi.

Tutti e due con tute  blu che avevano  i loro begli annetti.

"Scusino devo far sistemare la tromba......ma forse ho sbagliato posto."
Chiedo un pò perplesso e preoccupato .
"Ma voi riparate strumenti musicali?" Insisto ,sicuro che no.

"Cum'é, se ved no?"risponde quello con i baffoni. Con un sorriso burbero e accattivante e una voce di gola che per iscritto non si può imitare.

E tu cosa gli dici ? "No che se ved propi no".
Poi magari si sarebbero anche offesi.

Certo che probabilmente se entrava uno con un ferro da stiro, alla domanda anche lì un pò incerta "Ma voi riparate ferri da stiro?", la risposta sarebbe stata "Perchè , se ved no?"
In una frazione di secondo decido che erano i meglio riparatori di strumenti musicali , almeno della Lombardia.
Fidandomi dell'apparenza che spesso inganna, nel bene e nel male.

E ho fatto bene.
Non tanto perché gli strumenti li riparavano, anche se con metodi un pò cavernicoli che era meglio non vedere.
Martellate come se dovessero tirar giù un muro, piallate e colpi di lima sui pistoni da cambiargli i connotati era il loro bagaglio professionale preferito. Ma a quanto pare efficace.

Ma soprattutto perché ho passato da loro i più bei sabati mattina della mia vita.

Già prima di scoprirli avevo una forte inclinazione a distruggere trombe. Per incuria generale, per disattenzione e per sfortuna.   Facilitato dagli  ettolitri di birra che tracannavo, ignorando la prostata che mi  è venuta in tempi recenti. Prima non ce l'avevo proprio, la prostata. Che detto così sembra che la prostata sia una malattia (Cos'hai non stai bene? Eh , ciò la prostata…..)

Ma, dopo, il piacere di frequentare i fratelli Alziati aveva dato un'accelerazione decisiva alla mia capacità di distruzione .
Praticamente, tutti i sabati mattina sul presto mi presentavo con la mia vecchia Martin, ogni volta ridotta a rottame.
Ma sempre nei modi più diversi e più imprevedibili.
E ogni volta era un coro di meraviglia da parte dei due fratelli.
"Ué Baciocchi, ma cume te fa'...la par un pulaster alla diavola".
Quando, nel tentativo di estrarre il bocchino che si era incastrato si era aperta in due.

Oppure "L'é pasada sota un cararmà chela trumba chì", quella volta che sbadatamente mi ero seduto sopra e si era tutta spetasciata la campana.

E cominciavano le martellate e i colpi di clava. E mentre smartellavano i commenti erano sinceramente pieni di ammirazione
per quanto ero riuscito a combinare. Per loro era un'esperienza nuova e stimolante.
Certe volte chiamavano anche degli artigiani dei capannoni vicini
"Va, se la fà stavolta el Baciocchi". E loro dovevano mostrare grande meraviglia per questioni di buon vicinato, anche se non era il loro mestiere e non capivano la gravità della cosa.

Poco a poco divenni un mito, non come trombettista, ma esattamente per il contrario .
E loro, ogni volta, si lanciavano in discussioni accese su come fare ad aggiustare il catorcio. Che poi in effetti non erano per niente accese.

Perché il baffone, che era la mente, declamava gli interventi da fare e l'altro con aria volpina mi faceva capire con smorfie ed espressioni della faccia che erano delle pirlate e che dovevo preoccuparmi.

Non parlava primo perché se no il fratello lo sentiva e poi perché aveva la pipa che era un tutt'uno con la bocca. E io ho provato : con la pipa stretta fra i denti non si può parlare.

Poi appena soli, mi sibilava "se pò nò fa chel mesté lì, l'é minga una pentula........dighel tì, Baciocchi!"
Io però non ho mai detto niente e la vecchia Martin continuo a suonarla ancora adesso.

Avevano fatto un pò di soldi, anni prima, fabbricando degli aggeggi di segnalazione acustica ad uso marino. Aggeggi che loro chiamavano "i trumbett".
Avevano smesso perché non c'erano più gli operai, perché l'elettronica prendeva sempre più piede e perché si erano rotti le balle.

"Ué Baciocchi, trimila trumbett ghe voeur tri mes ,chi là i vureven in des dì. E dopu anca el scunt. Ghe stem minga denter, Baciocchi...su no mi.

Mei riparà i strument, altra gente , musicisti che an studià .
Minga chi teruni lì cui barchett e i trumbett. Ma va da via el cu".
Chissà se per deliberare questa decisione strategica per l'azienda hanno fatto un Consiglio d'Amministrazione?

Man mano che i Sabati passavano io mi affezionavo sempre di più
e trovavo sempre più soluzioni creative per come distruggere le trombe ed essere felice.

Il posto era anche un ritrovo di gente variopinta .

Chi arrivava con un fon per asciugare i capelli, si metteva in un angolo e usando gli attrezzi presenti, cercava di ripararselo.

Chi invece arrivava con una macchina da cucire che doveva oliare e se la oliava lì.

Altri sistemavano la catena della bici.

Un altro doveva togliere dei gibolli da un pentolone e giù martellate e madonne a non finire.

Poi verso le undici tutti in battera a bere il cafferino al Bar Tabacchi di fianco. E lì si scatenavano tutti in raffiche di battute, doppi sensi mai volgari e pieni di affettuosità. Come se fosse la ricreazione.
Io per esempio ero chiamato "el trumbè" naturalmente.
Poi c'era "el Girardengo" quello della bici che però era una Graziella rosa.
E anche "el comit" che faceva il commesso in banca.
Era proprio un bel giro, semplice ma sincero.

Lo Zelig non c'era ancora.

E la barca a vela?
Dopo anni, un sabato non c'é più.
"Alziati, che fine ha fatto la barca?". Domando.
Sguardo in tralice del baffone come dire "Tas fam minga parlà!"
Però non era tipo da nascondere niente. E con tono di voce rassegnato e fatalistico mi spiega che quella barca lì gliela avevano regalata perché era tutta rotta e lui con calma, anni dopo anni, l'aveva sistemata. Sembrava anche bene.
Poi qualche settimana prima la porta "sul lag de Com che ghem una casetina, mi e la mia mié".
La mette in acqua tutto da solo, va dentro, probabilmente col cappello da marinaio, issa la vela, molla il fiocco, cazza la randa. Petto in fuori,
vento in faccia.
"E la barca la sprufunda sott'acqua cun mi denter. Va da via el cu, me seri minga desmentegà de mettegh el tappo? Va che roba, l'avevi giustada insci ben Baciocchi ! Lu lasada in del lag. Ste voreg  fa!".

Neanche Aldo Giovanni e Giacomo c'erano ancora.
Ma secondo me qualche ripetizione dagli Alziati devono averla presa. Da bambini.

LA FABBRICA DI TROMBETTE

un racconto di Roberto Baciocchi